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Venerdì 12/05 ore 17 in sala mostre al piano terra

In parete rimangono Cariani, Dotti e Faravelli, un’occasione unica per poterli ammirare ancora qualche giorno a Ferrara. A parlare invece sarà Lucia Boni, autrice ferrarese che ha vinto per le sue opere diversi premi tra cui il “Premio Niccolini 2015 – sezione narrativa”. Venerdì presenterà il suo ultimo libro di poesie: “Lembi e le sette chiese”, un viaggio poetico che ben si combina con il tema delle opere esposte in sala. Prefazione di Carlo Bassi e postfazione di Piero Sacchetto. Ed. La Carmelina, Ferrara, 2016.

Lembi e le sette chiese di Lucia Boni
La Carmelina edizioni, Ferrara 2016, pp. 131
RECENSIONI
Barbara Pizzo
“Ciascuno dovrebbe allora dichiarare le sue strade, i crocicchi, e le panchine, ciascuno dovrebbe stendere il catasto delle sue campagne perdute”. Le parole di Bachelard, dalla sua La poetica dello spazio, che campeggiano nella penultima pagina del libro, appena prima dei brevi, sentiti ringraziamenti dell’autrice, più che chiudere, illuminano e riavviano i passi del lettore per le strade che attraversano e di fatto strutturano l’ultima raccolta poetica di Lucia Boni.
Lembi e le sette chiese, pubblicato per i tipi di La Carmelina edizioni (Ferrara, 2016), è in sé un attraversamento. Molteplice, reiterato, talvolta divergente, di sguardo, sentimento e parola, di spazi urbani, specchi di pagine, vita. Non propriamente un inventario, alieno com’è dalla sterilità che richiederebbe, ma certamente una mappa in cui i mondi di fuori e di dentro si intrecciano indissolubilmente fino a creare un paesaggio terzo, in certo qual modo allegorico, ma in cui il sistema di segni e significati sono avvinti al piccolo ed elementare, al terreno, al quotidiano, poiché quello basta a contenere il grande e l’ineffabile. Di erba può bastarne un filo: “[…] e si può dire quanti fili / d’erba ciascuno con la propria luce / ciascuno con la propria parte d’ombra / ciascuno vibra al vento e sugge dalla / terra ciascuno eretto e acuminato o / che si piega pure ciascuno vive // alta che se cammini affondi / l’erba che è d’acqua e che si offre al / sole è deserto ad aspettare estate // lama già pronta questo è il giorno segnato” (p. 93).
Pagina dopo pagina si susseguono, inseguendosi, silenzi, riverberi, tracce sottili eppure potenti, capaci di sperticature e sprofondamenti accolti dall’occhio di Boni e restituiti tuttavia sempre con parola piana e incedere bastevole, ché tutto è lì, già dispiegato (“la forza la corrente l’ha in silenzio”, p. 95): basta cogliere e accogliere per infine ritrarre, in un disegno che impasta il dato concreto con l’“allucinazione”, per usare una parola dell’autrice, di chi scrive.
Scanditi nelle sette chiese anticipate dal sottotitolo (“la strada”, “la porta”, “la parola”, “la casa”, “la luna e i giorni”, “la natura”, “il tempio”, “il catasto dei passi”), paesaggio, passaggio, scrittura e lettura sono guidati dal senso visivo, pure sublimato, e da uno sguardo che aggiunge a quello proprio il filtro di chI accompagna Boni nel suo cammino.

Già il titolo è “rubato” a Paolo Volta, come dichiara la stessa autrice nel ricordarne l’omonima mostra ferrarese che è anche la prima delle molte occasioni per le quali, nell’arco di un decennio, questi componimenti hanno preso corpo, come pure di Volta sono le opere riprodotte in bianco e nero, che non illustrano, ma propriamente dialogano con la parola di Boni. In questo, forse, la manifestazione più palese di come lembi si spinga ben oltre il più semplice inventario, e, pur nata da un’idea di trascrizione, divenga conversazione intima, sgorgata da una geografia dell’occhio e del cuore e da una corrispondenza di visioni.
Giuseppina Rando: Il libro di Lucia Boni s’impone all’attenzione tanto per la raffinata veste tipografica e l’elegante stesura che per la densa tematica che già si annuncia nel titolo: Lembi e le sette chiese, colmo di risvolti filosofici, fisici e metafisici al contempo. “Lembi” come parte di un “tutto” di cui lo spirito non riesce a coglierne la grandiosa immensità e universalità che poi affiora nei versi dei testi radunati ne “le sette chiese”: la strada – la porta – la favola – la casa – la luna e i giorni – la natura – il tempio, luoghi reali o visionari e spazi interiori dove l’io poetico ritrova la propria sacralità. Numero fortemente simbolico e sacro è il sette, molto diffuso nelle varie religioni e nelle diverse civiltà e qui ripreso dall’autrice come a voler sottolineare il contrasto tra la finitudine dei “lembi” di un territorio, di una città e l’incommensurabile Universo.
Una silloge questa che invita il lettore a misurarsi con l’idea di spazio e luogo proiettata nella dimensione universale e poi riflessa in quella personale e soggettiva. Pagina dopo pagina “lembi” di luoghi o particolari di architetture, tratti dai dipinti dall’artista Paolo Volta, accompagnano e danno senso e nuovo angolo visuale alla parola poetica di Lucia Boni aperta all’alterità, alla realtà umana di “infiniti diversi” che rimanda all’Essere plurale che in nessun modo si può definire: ora / di un tempo che fatichi a seguire / sfugge l’aria per via …le parole riempiono le cose a caso / calano espandono e ne cambiano il senso… Il lettore scopre così che il senso della realtà si può conoscere e insieme perdere: è l’ora di parole liquide / …terse tonalità onde di suoni sensi / altri e significati / nuovi ancora non / manifesti… Poesia come pensiero che impone il ricorso all’immagine, alla trasformazione metaforica del concetto (alle nostre labbra / il leone / con l’anello in bocca… tu non sai a chi vorrai aprire la tua porta) un percorso di riflessioni a ritroso quasi a relazionarsi con la rugosa, fluente quotidianità: è tutto quotidiano e necessario / sufficiente e sufficientemente ripetuto // sazia e ti / svuota e / ancora poi si fa bisogno/ e ancora cura / dopo l’andare / via / il ritorno / e ancora.

La forza della parola poetica di Lucia Boni risulta di grande efficacia tanto per il carattere primigenio dei simboli che per la fusione di due ambiti diversi, il soggettivo prettamente personale e l’oggettivo universale. Si coglie soprattutto tra le pagine l’aspirazione ad un luogo altro, dove l’uomo sia sempre uomo e dove il respiro possa diventare simbolo di un’esistenza piena, compendio di idee, di morale e spiritualità. Più che un luogo è certamente l’approdo di un percorso creativo, come ben si evince da “il catasto dei passi” a spirale, un traslato simbolico che testimonia il senso di fare poesia di Lucia Boni il cui intento, forse, è quello di superare la stasi concettuale e intellettuale della poesia per realizzare quasi un piano esistenziale: un consuntivo del “vissuto” e un programma del “vivere”.

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